mercoledì 22 febbraio 2012

Er sogno bello


I

- Macchè! 'je disse subbito er dottore -
Qui nun se tratta mica d'anemia!
E' gravidanza, signorina mia:
soliti incertarelli de l'amore! -

Pe' Mariettina fu 'na stretta ar core:
- So' rovinata! Vergine Maria!
Madonna santa, fate che nun sia!
Nun potrei sopportà 'sto disonore! -

Ma appena vidde ch'era proprio vero
corse da Nino. ' Nun è gnente! ' dice -
Se leveremo subbito er pensiero.

Ce vo' la puncicata. Domattina
te porto da 'na certa levatrice
che già l'ha fatto a un'antra signorina. -


II

La sera Mariettina agnede a letto
coll'occhi gonfi e con un gnocco in gola,
e s'anniscose sott'a le lenzola
pe' piagne zitta, senza da' sospetto.

Poi pijò sonno e s'insognò un pupetto
che je diceva: "Se te lascio sola,
povera mamma mia, chi te consola
quanno t'invecchierai senza un affetto?"

E, sempre in sogno, je pareva come
se er fijo suo crescesse a l'improviso
e la baciava e la chiamava a nome...

Allora aperse l'occhi adacio adacio
e s'intese una bocca, accanto ar viso,
che la baciava co' lo stesso bacio.


III

Era la madre. ' Mamma, mamma bella! -
E se la strense ar petto. ' Amore santo!
Che t'insognavi che parlavi tanto
e facevi la bocca risarella?

Però ciai l'occhi come avessi pianto...
Dimme? che t'è successo? ' E pe' vedella
più mejo in faccia, aprì la finestrella
e fece l'atto de tornaje accanto.

S'intese un fischio. ' Mamma! questo è lui
che sta aspettanno sotto l'arberata...
Dije che vada pe' li fatti sui.-

Anzi faje capì che se l'onore
se pò sarvà con una puncicata
preferisco de dajela ner core.

                                                            Trilussa

giovedì 16 febbraio 2012

G.G. Belli

mercoledì 15 febbraio 2012

La Politica

martedì 14 febbraio 2012

Ricordo di Gianni Cataleta


Francesco Pesante
redazione de l' Attacco

venerdì 13 maggio 2011

Orchidee selvatiche del Gargano

 

Foto by Rada

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

by RADA

mercoledì 4 maggio 2011

I concerti del Moody Jazz Cafè

 

 

 

 

        La voce suadente della bellissima Tokunbo Akinro e la misurata espressione del sassofonista Morten Klein costituiscono il nucleo di questo gruppo nord europeo sbarcato al Moody nella serata del 7 marzo. I Tok Tok Tok evidentemente battezzati con le iniziali della voce solista ci presentano il loro Cd “Revolution 69”, una carrellata di brani dei Beatles ben arrangiati in un mix di soul acustico, pop e jazz. Decisamente diversi dalle innumerevoli cover band che ripropongono i capolavori del quartetto di Liverpool, riescono ad imprimere la loro personalità rendendo l' ascolto fluido ed accattivante. Una scelta audace ma ben riuscita anche grazie al supporto delle magnifiche armonizzazioni di Ritchie Staringer al Fender Rhodes e del preciso contrabbassista Christian Flohr.

Canzoni perfette per accompagnare lunghi viaggi in auto o da sottofondo a lunghe giornate di meritato riposo, dal sound non ingombrante come “Day Tripper”, “Why don't we do in the road”, interpretate in modo così sicuro da non temere il confronto con gli originali.

Bellissima la versione di “Help” introdotta con un filo di voce e continuata con un ritmo alquanto cadenzato.

Nel concerto foggiano, iniziano la seconda parte come l'esordio della loro carriera; chitarra e voce bastano per ascoltare cover bellissime del calibro di “You drive me” e “Come together” ed in tale contesto si nota ancor di più l' affiatamento tra Tokunbo e Morten che si destreggia con estrema naturalezza al sax contralto, chitarra e batteria.

Qualche accenno di contaminazione jazzistica nel brano di John Coltrane dal titolo “Invitation” che assume - con la voce sottile della giovane metà tedesca e metà nigeriana - un sapore più morbido e melodico.

Una serata senza infamia e senza lode ma certamente un ascolto di tutto rispetto per una band raffinata, riconosciuta più volte dalla critica internazionale approdata per la prima volta in Italia.

 


 

        La mail che pubblicizzava il concerto di Mister”O”, aveva fornito falsi indizi circa la possibile identità del fantomatico ospite e purtroppo anche l'intero staff è rimasto nel buio più totale fino a quando il giorno del concerto – dopo la calata degli ultimi drappi della “moodycittà” – si sente bussare l' invitato speciale.

Stupore ed incredulità nei nostri volti quando ci siamo accorti di aver stretto la mano con tanta gioia ad una delle più belle coppie della musica internazionale: “TUCK & PATTI”.

E Nino, che era riuscito nel suo intento, ci chiede subito di diventare complici omertosi anche dopo l''ingresso dei moodyascoltatori e dei giornalisti impazienti.

L' ombra del mistero aleggia comunque fino a quando il signor Antonacci, con grande emozione, chiama sul palco gli attesissimi musicisti.

I've got just about everything”, un loro vecchio cavallo di battaglia, apre la serata e colpisce subito la complessa tecnica stilistica di Tuck, frutto di una lunga evoluzione in cui si nota una esecuzione simultanea delle linee di basso, dell'armonia, della melodia ed un limitato uso della tecnologia grazie al pedale d' espressione, compressore e delay che supportano un suono pulitissimo al confine tra acustico ed elettrico.

Si prosegue con un brano del popolare artista reggae giamaicano Jimmy Cliff dal titolo “Sittin 'in limbo” contenuto sia in “The best of Tuck & Patti” del 1997 che nel CD del 1991 dal titolo”Dream”.

I remember you” tratto dal CD omonimo del 2007 è accompagnato solo da uno strepitoso e sentito walking bass che avvalora la corposa, vibrante ma soprattutto sensuale voce di Patti Cathcart. Appassionata sin da piccola dalle più grandi singer della scena jazz mondiale non nega di essere stata influenzata anche dall'ascolto ripetuto dei giganti dello strumento come il sassofonista John Coltrane e di contro il modernissimo Stevie Wonder.

E così non mancano le cover come “Blackbird” dei Bealtles e “Little wing” di Jimmy Hendrix e paradossalmente proprio nell'esecuzione di brani pop viene fuori la grande cultura musicale di questo chitarrista, frutto dello studio della chitarra classica presso la californiana Stanford University ma soprattutto dell'ascolto di migliaia di dischi di Miles Davis, Wes Montgomery e Jimmy Hendrix.

Tuck Andress, che non lascia mai la sua inseparabile Gipson L5 degli anni '50, resta solo con la platea e ci regala due pezzi dal genere diametralmente opposto e mi riferisco a “Man in the mirror” di Michael Jackson ed il sempreverde “Europa” di Santana.

Come ultimo brano, prima dei numerosi bis, una fantastica “In a sentimental mood” che considero l' asso nella manica della stragrande maggioranza degli artisti di estrazione jazzistica, una composizione tanto semplice quanto profonda nata secondo il racconto di Duke Ellington per far rappacificare una coppia di suoi amici dopo un litigio.

Il jazz resta comunque vera passione di questi due grandi artisti come dimostra il loro ultimo disco “I remember you” che vuole essere una sorta di omaggio ai loro storici predecessori Joe Pass e Ella Fitzgerald.

 


 

        Il cartellone del Moody è stato, nella stagione musicale in corso, assai variegato accontentando un ampio ventaglio di appassionati e la serata del 3 aprile ha dato spazio – dopo la musica di Tuck £ Patti – alla tradizione jazzistica. Quale personaggio avrebbe potuto rappresentare al meglio il passato? Nino ha pensato bene di invitare il sassofonista tenore Scott Hamilton, considerato tra i migliori musicisti di mainstream.

Nella serata foggiana ha dimostrato come nel 2011 si possono regalare grandi emozioni suonando con il cuore famose ballad o semplici blues. Ritengo sia difficilissimo mantenere un linguaggio sobrio ma al tempo stesso forbito nonostante le infinite contaminazioni e soprattutto le fugaci mode.

Si parte alla grande con una song targata Cole Poter tal titolo “What is this thing called love”, un medium cadenzato che invita il rimaneggiato pubblico a battere il piede e di certo non passa inosservata la faccia compiaciuta dell'amico Riccardo Di Filippo al quale Antonacci dedica il concerto. E si continua con “I wonder why” e “Easy living” una sensazionale ballad cantata con successo dalla storica Billie Holiday.

In realtà l'amore è il tema predominante di queste magnifiche canzoni e il timbro del sassofono di Scott riesce bene ad evidenziare questo sentimento grazie al supporto degli armoniosi contrappunti di Paolo Birro come nel pezzo di Bruno Martino “Estate”.

Non mancano gli up tempo come la pietra miliare “Cherokee” nella quale mr Hamilton lascia spazio ad un formidabile Aldo Zunino al contrabbasso ed al preciso Alfred Kramer alla batteria. Particolare e comunicativo l' ultimo brano suonato dal gruppo, un anatole dal titolo “Blue kaper” e poi il bis finale, un tiratissino “Sweet Georgia Brown” che a ormai mezzanotte abbondantemente superata manda tutti a casa.

Una semplice carrellata di standards condita con un clamoroso senso dello swing rappresentano ancora il solido collante del cosiddetto jazz tradizionale che in molti continuano a snobbare ingiustamente.

  digian05

sabato 19 marzo 2011

La febbre del Moody




     Dopo la sorprendente ed inaspettata performance del duo Morris-Shaw, il Moody ospita una formazione classica per gli appassionati di jazz. Si tratta dell' “ADVENTURES Trio” capitanato dal consolidato e talentuoso chitarrista Alessio Menconi, dal giovane pianista/organista Luca Mannutza attualmente colonna portante degli “High Five” e dal batterista internazionale ormai settantenne Aldo Romano. Un “Organ Trio di tutto rispetto che ha saputo proporre le proprie composizioni originali con tanto garbo e gusto ed ha accontentato gli ascoltatori più incalliti di bop con piacevolissimi standards. Credo che sia proprio questo giusto equilibrio tra tradizionle e moderno il segreto del loro successo. Al suo terzo concerto presso il music club foggiano, Alessio ci propone come brano di apertura “The end of a love affair”, un graditissimo classico scritto da Edward Redding e cantato spesso dalla ben più nota Billie Holiday nel quale vien fuori un solo molto morbido e personale che valorizza soprattutto l' interplay dei suoi compagni di viaggio e poi continua a suonare alcuni brani di propria composizione gradevolmente scorrevoli che non stancano affatto la platea dai titoli “Walzer improvvisato” e “First line”. Le “ballad” accompagnate dall' organo conferiscono ai brani un piacevole alone di magia forse per merito del suono prolungato ed è proprio ciò che il trio riesce a comunicare nell' esecuzione dalla stupenda “Dream a little dream of me” di Henry Mancini. E cosi nella affascinante atmosfera venuta fuori c' è spazio anche per un autorevole assolo del vissuto ma contenuto Aldo Romano. Il concerto che, come sempre, tiene incollati i moodyascoltatori alle sedie come in gradevolissime poltrone si conclude con lo swing del batterista che introduce la famosissima “Moment' s Notice” di John Coltrane e poi con i ringraziamenti di Menconi per la consueta e familiare accoglienza di Nino.

In definitiva abbiamo assistito ad un concerto tanto tecnico quanto melodico, nel quale l' equilibrio tra le due componenti ha tenuto banco per una necessaria tutela del palato.





     Una modesta ed assorta platea contro un generoso e variegato programma caratterizzano la performance tanto raffinata quanto confidenziale di una delle vocalist più autentiche nel panorama jazzistico internazionale.

SHAWNN MONTEIRO, nella serata del 28 febbraio, ci parla subito della sua innata passione per la voce della collega Carmen Mc Rae e la omaggia con una serie di piacevolissimi standards. Disinvolta e padrona del palco comincia a cantare brani come il ¾ “That old black magic” e “I concentrate on you”, una bellissima bossa in onore di Cole Porter. Da figlia d' arte, conosce bene il suo mestiere e con autorevole discrezione lascia ampi spazi ai suoi accompagnatori. Grande ribalta per Dave Zinno, il roccioso contrabbassista che introduce l' up tempo “Sometimes I' m happy”, un brano scritto da Vincent Youmans e poi cantato da tantissimi artisti d' oltre oceano. Soli composti ma soprattutto “a tema” quelli del pianista Tim Ray che riesce con il suo tocco di qualità a farci apprezzare anche i brani meno conosciuti. Non è il caso del medium “Mean to mein cui Shawnn ci presenta l' amico sassofonista Gaspare Pasini ospite con il suo contralto in soli due brani. Lo show continua piacevolmente in compagnia di evergreen dall' aroma suadente quali “No more Blues” e la celeberrima bossa “Speak low”. E parlando a voce bassa e dialogando con i moodyascoltatori che la Monteiro presenta un micidiale fast introdotto magistralmente da Zinno dalla sonorita latina; trattasi di “Natur boy” nel quale vien fuori anche la classe del giovane batterista Steve Langone.

Caldo fascino e voce carismatica etichettano una personalità fuori dal comune che riesce ad affascinare tutti coloro i quali hanno avuto la fortuna di trascorrere una serata con lei in quei rari appuntamenti impregnati di tradizione ed eleganza: “peccato per gli assenti”!


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lunedì 21 febbraio 2011

Comunicato stampa


Presentazione del libro:



      Venerd 25 febbraio alle ore 16:00,

      nei locali della I Circoscrizione Croci Nord in Viale Candelaro, nell’ambito della programmazione dell’Università del Crocese – scuola di tradizioni- si terrà la presentazione del libro di letteratura popolare per l’infanzia di Giuseppe Donatacci, già docente dell’Università del Crocese – scuola di tradizioni.

      Il libro indaga, con linguaggio accessibile e scorrevole, le fasi dello sviluppo infantile attraverso i totem (principalmente animali) che sono presenti nelle varie filastrocche, ninna nanne, tiritere, girotondi, conte e modi di dire, raccolte su gran parte del territorio di Capitanata.

      Questo libro colma un vuoto all’interno della letteratura popolare per l’infanzia che si è dedicata fino ad ora solo alla ricerca di fiabe e giochi popolari, trascurando, di fatto, il mondo denso di significati che è quello della filastrocca, mai abbastanza approfondito perché ostico da decodificare e licenziato quasi sempre, come non sense.

      Donatacci, attraverso un’accurata azione di ricerca e catalogazione, ricostruisce la pedagogia sotterranea che è alla base degli insegnamenti che gli adulti trasferivano ai bambini, e lo fa prendendo in esame, nella prima parte del libro, la pedagogia dello sviluppo infantile degli autori più autorevoli del Novecento: Freud, Klein,Winnicott, Piaget. Si scopre, così, la ciclicità dei totem di riferimento che accompagnano l’infante dai primissimi anni di vita e si reiterano nei giochi dell’adolescenza.

      Il libro “Dalla ninna nanna alla conta” ha un doppio merito: raccogliere in un unico volume quella cultura immateriale fatta di filastrocche, piccole strofe, che stanno al limite della canzone e della poesia, che stà inesorabilmente scomparendo, e di individuare una teoria pedagogica quanto meno originale. Il libro è impreziosito da un CD audio in cui sono registrate le filastrocche dalla viva voce degli anziani informatori.


Questo il programma degli interventi:


Antonio Tannoia Presidente della I Circoscrizione Croci Nord - Saluti

Maria Teresa Russo Psicoterapeuta esperta di pedagogia dell’infanzia – Relazione

Angelo Capozzi Antropologo, docente ed esperto di tradizioni- Relazione

Giuseppe Donatacci Autore, docente ed esperto di tradizioni- Conclusioni


Con gentile preghiera di diffusione.



La S.V. è invitata a presenziare


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venerdì 11 febbraio 2011

Gennaio duemilaundici





Nella “Confidenza Stampa” del 29 dicembre 2010, GEGE' TELESFORO ci aveva raccontato di aver rinunciato a grandi proposte lavorative che lo vedevano alla conduzione di programmi televisivi divenuti in seguito famosissimi. Tutto ciò a favore della sua grande passione: “la musica”. E siamo in molti ad aver compreso, nella serata del 6 gennaio del nuovo anno, i motivi della sua scelta dopo averlo ascoltato nelle vesti di un maturo “scat singer”. Sin dalla presentazione dei musicisti ci siamo accorti del loro grande affiatamento perché di sicuro prevale una grande amicizia ed un datato rispetto reciproco. Sembra poco ma è ciò che a mio avviso rappresenta il collante del nuovo disco del quintetto intitolato “So Cool”. Quello che mi ha subito colpito già nell' esecuzione del brano di apertura “The Groove Master shuffle” è stato un saporitissimo swing che ti obbligava a battere il piede in cui facevano da traino gli strepitosi unisoni tra il leader ed il sassofonista Max Ionata.

E continua a sorprenderci il nostro concittadino soprattutto quando, dopo l' esecuzione del brano dedicato al papà “Daddy' s Riff”, chiede umilmente la sua approvazione.

Un Gegè diverso dall' immaginario collettivo foggiano, tuttora ancorato alla convinzione del ragazzo privilegiato, avallato dalla blasonata amicizia familiare e questo lavoro rappresenta una ulteriore smentita con una rinnovata realtà. Oculata la scelta di avvicinare i suoi brani a quelli di autori storici come Artie Shaw trasformando canzoni del calibro di “Moonrey” in un gradevolissimo “reggae”. E poi ancora la sua voce che emula come un campionatore il suono della batteria in duo con l' eclettico bassista Dario Deidda in un meedley di famosissimi standards.

Saluti finali tra le note di “Small Blues”, un medium vibrante, mettendo nuovamente in evidenza l' originalità delle composizioni che spaziano tra bee bop, swing e latin in un disco tanto essenziale quanto profondo.





Possono due voci ed un pianoforte affascinare un' intera platea per circa novanta minuti di concerto? Direi di si, visto che è esattamente quello che è successo nella serata del 24 gennaio con la complicità ed accogliente intimità del Moody.

La simpatia di un camaleontico mestierante come IAN SHAW e la classe di una appassionata SARAH JANE MORRIS ci hanno accompagnato in una piacevole passeggiata musicale e, come succede dopo che hai fatto quattro passi con dei buoni amici, si accendono tanti sentimenti ed emozioni. Si apre con una canzone di Tracy Chapman, vincitrice di un Grammy Award dal titolo “Fast Car” ed ancora ascoltando le numerose cover cantate durante la serata ed accompagnate al pianoforte con estremo garbo da Ian ci si imbatte nel pianeta Joni Mitchell con i suoi “Big Yellow Taxi” e “A Case of You” interpretati con grande personalità e altissima capacità di duettare. Favolosa l' interpretazione dell' istrionico Shaw del famosissimo “Spain” targato Chick Corea in cui entrano paradossalmente in simbiosi la grande tecnica pianistica con una strabiliante capacità cabarettistica che tanto diverte gli intervenuti. Seguono ancora brani di tutto rispetto fino all' astuta scelta di associare in una unica song due brani diametralmente differenti ma ugualmente nostalgici e mi riferisco al popolarissimo standard jazzistico “My funny Valentine” degli autori Rogers/Hart ed a “Blue Valentine” di Tom Waits.

Finale tra le note di “Me and Mrs Jones” cantato per la prima volta da Billy Paul e la musica di Leonard Cohen con una strepitosa “Hallelujah” quando siamo già abbondandemente oltre la mezzanotte tra il religioso silenzio dei maturi moodyascoltatori.


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sabato 15 gennaio 2011

I botti di fine anno





    Solo per una sera il Moody cambia sigla di apertura concerti in onore del suo graditissimo ospite e così “Angel” di Jimi Hendrix lascia spazio per qualche minuto alla registrazione datata 1971 del famoso brano dei Temptation “Papa was a Rollin Stones” in cui si nota scandita e precisa la ritmica di un chitarrista allora appena diciassettenne di nome Paul Warren. Fisico minuto con sembianze da “elfo” l' ormai cinquantasettenne rock-blues guitar-player sale sul palco del jazz cafè foggiano e comincia una serata tanto emozionante quanto movimentata. Di lui si era detto tutto nelle innumerevoli recensioni alla vigilia della sua performance ma vi assicuro che ascoltarlo e vederlo dal vivo è tutta un' altra storia. La caratteristica che più lo distingue è il continuo e necessario contatto con il suo pubblico tanto che, nonostante la lunghezza del jack, non esitava ad intrufolarsi nel piccolo corridoio della platea per regalare i suoi lunghi soli.

Steady Rollin’ Man” è il brano di partenza scritto dal leggendario Robert Jr. Lockwood ed il blues nascente diventa subito catalizzatore perfetto tra i moodyascoltatori e Paul che rompe già la prima corda della sua dorata Gipson Les Paul. Questa scintilla umana ha ormai appiccato il fuoco e così tra uno shuffle ed un lento tirato, pian piano qualcuno comincia a salire sul bancone del club dauno trasformandolo in cubo fino all' esecuzione di “Who do you love” di Bo Diddley quando gli intervenuti si lasciano letteralmente andare al movimento e lo staff è costretto ad allontanare le sedie.

Tutto il resto è un vero delirio e l' interazione tra il pubblico ed i musicisti aumenta esponenzialmente. Qualcuno sussurra a mr Warren: “si nu Babbà” e lui ignorando la nostra lingua intona subito: “un pa pa, un pa pa”......prendendo in giro i suoi accompagnatori.

La chiusura del concerto non sta bene a nessuno e così la band ci offre il secondo bis suonandoci il famosissimo brano dei Doors dal titolo “Roadhouse blues” ed il sottoscritto incallito appassionato di swing riesce - coadiuvato sapientemente dal Drugo - a passare una serata stimolante e divertente. Pensate: “ho persino ballato”!






    Anche quest'anno il consueto concerto gospel di Natale attira al Moody numerosi foggiani e non solo. Dedicato alla Pace ed alla sua famiglia da Nino, ospita gli Higher Callin capitanati da una strepitosa leader singer di nome Michelle Prather.

Questa voluminosa ragazza dal sorriso smagliante con un volto bellissimo dispensa con la sua musica gioia e benessere in quantità industriali e lo fa avvalendosi sia di bravissimi collaboratori che di famosissimi brani.

White Christmtas” e “Jingle bell” due brani dovuti, evidenziano il contrasto tra la sacralità delle composizioni e le moderne sonorità nelle quali è prevalso molto a pio parere il Rhythm and Blues. Ma poco importa perchè tutti noi abbiamo canticchiato insieme alcuni classici come “Go tell it on the mountain” o “Friends” scritto dal blasonato compositore statunitense Burt Bacharach.

Oltre ai bravissimi e simpaticissimi coristi Michelle, che continua a scendere in platea tentando un costante approccio con gli ascoltatori regalando baci ed abbracci , è supportata da un poderoso trio nel quale spiccano le personalissime armonizzazioni del tastierista Kevin Powell. E si continua con “We are the world”, “Glory Glory alleluia”, “When the Saints go marching in” fino al bis finale quando ormai già da tempo le sedie non servono più per dare spazio ad una danza collettiva e lasciare nei nostri ricordi questi bellissimi “Happy days”.

digian05